Il cinema, dapprincipio, fu un uomo che camminava. Lo filmava Marey, di profilo, vestito di bianco su sfondo nero. Un’immagine indimenticabile: nasceva una nuova forma d’espressione. Il movimento, finalmente.
Ma quell’uomo aveva i piedi nudi.

Nelle sue cronofotografie, l’uomo indossa scarpe chiare, pensate per rendere visibile il movimento.
Carrière (autore dell’articolo qui proposto) ne fa, con una licenza poetica, l’archetipo dell’uomo “a piedi nudi”, metafora di un cinema agli albori (N.d.R.)
Il cinema, dunque, iniziò camminando indipendentemente dalle sue scarpe. Ogni tanto gli accade ancora: si riprende un volto, o un busto, senza mostrare i piedi. L’attore ne approfitta per togliersi le scarpe (fa meno rumore), oppure per aggiungere un rialzo, se, pur essendo una star, resta un po’ troppo lontano dal cielo.
Ben presto, però, i piedi si sono presi la rivincita. Si può persino dire che il cinema abbia dato loro, per primo o quasi, la parola — al punto che, a volte, non si filmano che loro: l’avanzata silenziosa delle scarpe in vernice di un assassino in un corridoio d’albergo, l’oscillare di una décolleté che esita a cadere dalla punta di una calza di seta, lo scalpitare di uno stivale barbaro, le scarpette di raso bianco che danzano sul cuore di un clown: i piedi ben calzati possono dire tutto.
A volte arrivano persino a rubare la scena ai volti. Le enormi scarpe di Chaplin, ereditate dal circo per le vie della miseria, gli danno il passo, la figura e persino l’anima.
È un modo per dire che esistono, sulla terra, giganti capaci di riempire quelle scarpe là.

Buñuel diceva che bisognava essere riconoscenti a Louis Malle, tra gli altri, per averci rivelato l’andatura di Jeanne Moreau in Ascensore per il patibolo. Un’andatura che avrebbe poi fatto propria in Il diario di una cameriera, sotto la bandiera del feticismo. Qui la scarpa, o più precisamente il piccolo stivaletto, oggetto di passione e di collezione, riempie gli armadi di un vecchio signore. È il suo unico oggetto d’amore, che ha preso il posto di una donna in carne e ossa. Donna che arriva lì solo per calzare gli stivaletti un istante, per donare loro quel sensuale movimento. L’uomo, subito dopo, porterà con sé gli stivaletti amati nella sua stanza, stretti contro il cuore, tesoro segreto che lo condurrà alla morte.

In questa sequenza, il feticismo per le calzature diventa simbolo del desiderio, tema evocato anche da Jean-Claude Carrière nel suo testo qui proposto. (N.d.R.)
Del resto, le scarpe custodiscono dei segreti. Pedro Almodóvar ce lo racconta a modo suo in Tacchi a spillo. Ma il titolo tradotto non restituisce pienamente tutti gli echi del titolo spagnolo. Tacones lejanos (“tacchi lontani”, “tacchi che si allontanano”), ci fa ascoltare quel suono assolutamente unico dei tacchi alti di una donna: percepito nell’infanzia e che la vita cancella gradualmente dalla memoria.
Le calzature, al cinema, possono servire a dare calci nel sedere, a bere champagne come nei film di Stroheim, a correre, a danzare, a turbare gli uomini, persino a sfamarli (ancora Chaplin, ne La febbre dell’oro). Trasportano microfilm ambitissimi, segreti di Stato, lasciano perfide impronte nella sabbia come nella neve e, in certe avventure di James Bond, nascondono pugnali mortali.

La celebre scena della scarpa cucinata e mangiata dal Vagabondo
Dimenticavo: servono anche per camminare. A posarsi sulla terra, per andare da un punto all’altro. L’uomo vestito di bianco che Marey filmava ha infilato i suoi piedi in tutte le scarpe della storia del mondo. E domani, con ogni probabilità, camminerà ancora.
« Le calzature raccontano il Cinema »
Titolo redazionale, con traduzione, ricerca fotografica e bibliografica
a cura di Barbara Placidi
Testo di Jean-Claude Carrière
contenuto nella prefazione al catalogo della mostra
« CHAUSSURES et CINÉMA – créations de l’atelier Pompei »
Musée International de la Chaussure, Romans (Francia)
3 febbraio – 2 giugno 1996
Edizioni Musée International de la Chaussure, Romans
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